Come capire se mio figlio è autistico

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Se sei arrivata qui dopo aver digitato su Google per la centocinquantesima volta:

 

"mio figlio non parla, devo preoccuparmi?"

 

probabilmente conosco abbastanza bene quella sensazione. Quella in cui cerchi una risposta, ma contemporaneamente speri di non trovarla.

 

lo non sono un medico. Sono una mamma. E prima di avere una diagnosi ho fatto quello che fanno tantissimi genitori: ho osservato, confrontato, cercato spiegazioni e probabilmente mi sono fatta anche un discreto master non richiesto in ricerche

notturne su Internet.

 

Non c'è un cartello luminoso con scritto AUTISMO.

 

L'autismo non arriva con una musichetta drammatica e un cartello luminoso.

Spesso arrivano piccole cose che, prese una per una, possono sembrare niente: un linguaggio che tarda, un modo particolare di comunicare, una risposta al nome che non arriva sempre, gesti come indicare o mostrare che possono essere ridotti, interessi molto intensi, movimenti ripetitivi, una forte necessità di prevedibilità o reazioni sensoriali particolari.

 

La cosa importante è questa: nessun singolo comportamento significa automaticamente autismo. Anche un bambino che guarda negli occhi, sorride, cerca affetto o ha imparato a parlare può essere autistico. E l'insieme dello sviluppo e del funzionamento del bambino che deve essere valutato da professionisti competenti.

 

La parte più difficile, per me, è stata il dubbio

Il dubbio è una bestia strana. Da una parte vuoi capire tuo figlio il prima possibile; dall'altra vorresti che qualcuno ti dicesse: "Ma no, tranquilla, passerà". E intanto osservi gli altri bambini, anche quando non vorresti farlo. Vedi una cosa che loro fanno spontaneamente e pensi: perché mio figlio no?

 

Non credo che il confronto debba diventare un'ossessione. Però credo che le preoccupazioni di un genitore meritino di essere ascoltate. Se qualcosa nello sviluppo, nella comunicazione o nel comportamento ti fa sorgere dubbi persistenti, parlarne con il pediatra e chiedere una valutazione non significa mettere un'etichetta addosso a tuo figlio. Significa cercare di comprenderlo meglio.

 

La diagnosi non cambia tuo figlio

Questa forse è la cosa che avrei voluto sentirmi dire all'inizio: il giorno prima della diagnosi tuo figlio è tuo figlio. Il giorno dopo è ancora lui. Non diventa improvvisamente una parola scritta su un referto.

 

La diagnosi può però cambiare gli strumenti che hai per leggerlo. Può dare un nome a difficoltà che prima sembravano incomprensibili, aprire l'accesso a supporti e soprattutto aiutarti a smettere di chiederti continuamente se stai

sbagliando tutto.

Non cercare su Internet la certezza. Cerca professionisti che sappiano osservare tuo figlio e, nel frattempo, continua a conoscere il bambino che hai davanti.

 

Quando chiedere aiuto

Se noti una regressione di abilità già acquisite, importanti difficoltà nella comunicazione o nell'interazione, oppure una combinazione di segnali che ti preoccupa, parlane con il pediatra o con i servizi di neuropsichiatria infantile. Gli strumenti di screening possono aiutare a raccogliere informazioni, ma non possono da soli confermare o escludere una diagnosi.

 

 

Nota - Questo articolo racconta un'esperienza familiare e offre informazioni generali. Non sostituisce una valutazione medica, diagnostica o professionale.

 

Riferimenti tecnici consultati - NICE, linee guida sul riconoscimento, invio e diagnosi dell'autismo in bambini e ragazzi; National Autistic Society, materiali pratici sul toileting.